Home TvReality e talentJ-Ax a The Voice 2018: «È un programma che unisce le famiglie»

20 Marzo 2018 | 12:30

J-Ax a The Voice 2018: «È un programma che unisce le famiglie»

Così il coach del talent musicale di Raidue: «“The Voice” mi mancava, quando ho lasciato c'erano delle cose che non mi andavano bene, ma nel frattempo c'è stata una piccola rivoluzione e ora sono contento di essere di nuovo qui»

 di Barbara Mosconi

J-Ax a The Voice 2018: «È un programma che unisce le famiglie»

Così il coach del talent musicale di Raidue: «“The Voice” mi mancava, quando ho lasciato c'erano delle cose che non mi andavano bene, ma nel frattempo c'è stata una piccola rivoluzione e ora sono contento di essere di nuovo qui»

Foto: J-Ax, coach di The Voice 2018  - Credit: © Piergiorgio Pirrone

20 Marzo 2018 | 12:30 di Barbara Mosconi

Torna il 22 marzo «The Voice of Italy», il talent musicale di Raidue in prima serata. Torna con un nuovo conduttore, Costantino della Gherardesca, e tre nuovi coach oltre al confermato J-Ax: Al Bano, Francesco Renga e Cristina Scabbia.

Li abbiamo incontrati per capire meglio come hanno deciso di affrontare questa nuova avventura.

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J-Ax

Perché hai accettato di tornare a fare questo programma?
«“The Voice” mi mancava, quando ho lasciato c'erano delle cose che non mi andavano bene, ma nel frattempo c'è stata una piccola rivoluzione e ora sono contento di essere di nuovo qui».

Sarai più coach o più giudice?
«Più coach, più un allenatore. Poi c'è sempre quella spiacevole parte che sei tu a dover eliminare, d'altronde è questa la responsabilità che ognuno si assume».

Quando ci si siede sulla poltrona del giudice cosa si prova?
«Mi sento un po' a casa. È un programma che in Italia unifica, non è solo per fighetti o per ragazzini, ma unisce le famiglie».

Per scegliere un cantante ci vuole orecchio o cuore?
«Nelle passate edizioni c'era pure chi aveva un orecchio assoluto, ma io mi baso sull'istinto. Forse altri lo chiamano cuore».

La televisione rende più buoni o più cattivi?
«Più buoni, infatti bisogna dimenticare che ci sono le telecamere perché a volte si può fare l'errore di voler compiacere il pubblico. Capita che ti giri perché il pubblico fa “buuuu” e prendi dei talenti che non volevi».

Quali voce cerchi?
«La voce con una particolarità, con una timbrica diversa, non il super preciso, ma uno che ha stile. Quest'anno si è presentato un rapper con la “erre” maisucola. Di solito i rapper bravi non si fidano degli show tv».

Come convincerai un cantante a scegliere te piuttosto che un altro coach?
«Con ironia, con i miei giochi di parole».

Proviamo: «Vieni da me perché...»
«Perché sono brutto, non so cantare e ce l'ho fatta. Pensa cosa potrei fare con te».

Chi è il cantante che avresti voluto scoprire?
Lady Gaga. Ha tutto quello che cerco, le piace sperimentare, è una matta, non le interessa andare con le tendenze, ma fa tendenza. E in più è di origini italiane».

Nella vita quanto sei battagliero?
«Non sono uno che partecipa a tutte le gare, ma a quelle a cui partecipo cerco di vincere. Poi la migliore vittoria è la serenità mentale. Essere sempre in “modalità attacco” non aiuta».

Nella tua carriera hai avuto molti «no»?
«I “no” non finiscono mai, all'inizio è stata una sequela di “no”, infatti negli anni 90 siamo usciti da indipendenti».

Il più doloroso?
«La ferita aperta è non essere riuscito a fare il mio programma di satira “Sorci verdi” su Raidue come avrei voluto, ma ho capito che la modalità che avevo in testa non si poteva sposare con i meccanismi della tv».

C'è stato un tuo pezzo scartato che poi si è rivelato un successo?
«Non proprio, ma “Gente che spera” che non era un singolo ha superato le vendite dei singoli».

Tra una puntata e l'altra cosa fai?
«Sto preparando lo show del 1 giugno a San Siro con Fedez, ma prima lo raggiungerò negli Stati Uniti per girare il video nel nostro nuovo pezzo».