Home TvReality e talentRaffaella Carrà racconta il suo ritorno a «The Voice of Italy»

Raffaella Carrà racconta il suo ritorno a «The Voice of Italy»

«Sono tornata a fare il coach perché il mio sogno è vedere i ragazzi arrivare al successo»

Foto: Raffaella Carrà  - Credit: © Pigi Cipelli

24 Febbraio 2016 | 16:13 di Alberto Anile

Riparte «The Voice of Italy»: la quarta stagione è in onda su Raidue dal 24 febbraio. Ma la notizia è che torna in video sua maestà Raffaella Carrà nei panni di «coach», già indossati nelle prime due edizioni del talent. Si ricomincia dalle «Blind audition», le audizioni alla cieca, durante le quali, con gli altri tre coach, Dolcenera, Max Pezzali ed Emis Killa, dovrà scegliere gli aspiranti cantanti volgendo loro le spalle.

«È come ascoltare la radio» spiega la Carrà. «Io scelgo ciò che mi arriva diretto allo stomaco. E quando sento uno stile che penso di poter aiutare a crescere, è lì che pigio il pulsante. Il problema è che molto spesso lo pigiamo in quattro, e allora comincia la battaglia tra colleghi per poterci aggiudicare il talento».

Certo, non vedere è una limitazione, ma guardare può distrarre. Per esempio nel caso di un concorrente con un look stravagante.
«È vero anche questo, ma la presenza scenica di un cantante è un elemento importante che in questa fase dobbiamo purtroppo mettere da parte. Dopodiché non è essenziale che una voce faccia acuti stratosferici, noi cerchiamo voci nuove, diverse. E non è facilissimo trovarle, perché agli adolescenti piacciono certi cantanti ed è inevitabile che finiscano per somigliare quasi tutti a loro».

Ha mai fatto scelte «alla cieca» anche nella sua vita?
«Mai. C’è stato chi mi ha guidato o consigliato, ma il guizzo finale è venuto dal mio personale intuito, dall’aver deciso di seguire una vibrazione che sentivo dentro di me».

Hanno scritto che avrebbe dei suggerimenti per il programma. Quali?
«Ho semplicemente detto che mi dispiace che i vincitori di “The Voice” non abbiano avuto la visibilità che era giusto aspettarsi. Questo è un programma umanamente molto difficile. Rimandare a casa dei concorrenti è durissimo e il primo anno mi ci sono quasi ammalata».

Ci spieghi meglio.
«In questa fase della vita il mio sogno è vedere arrivare al successo un giovane talento, anche se non è della mia squadra. Allora mi piacerebbe che il vincitore fosse poi supportato al massimo dalla Universal (la casa discografica che collabora col programma, ndr), che cercasse dei buoni brani per lui, che lo mandasse a Sanremo. E che anche la Rai lo aiutasse con la promozione, che se lo tenesse caro, insomma. Il vincitore di “Forte Forte Forte” (Stefano Simmaco, ndr), per esempio, è un talento straordinario che meriterebbe di essere aiutato di più. Non è un rimprovero, per carità, ma un dispiacere e un’esortazione».

A proposito di «Forte Forte Forte», il programma che l’anno scorso fu chiuso anzitempo e che la Rai ha deciso di non rifare: cos’è andato storto?
«Io la considero a tutt’oggi un’idea vincente. Trovare una persona che sappia cantare, ballare e condurre è molto difficile, me ne rendo conto, ma a me piacciono le sfide. I primi sei ragazzi bene o male stanno tutti lavorando, ma andavano seguiti di più, e un 13% di share con un programma del genere non è un risultato da sottovalutare. Quello che mi pesa davvero è il dolore per aver dovuto abbandonare questi giovani, che avrebbero invece dovuto continuare il loro percorso. Il talento è importante, ma ci vuole anche tanto tempo per affermarsi. Io ci ho messo una vita».

I talent show sono un trampolino di lancio ma da soli non bastano. Cosa consiglia al vincitore per il «dopo»?
«Di non montarsi la testa ma soprattutto di circondarsi di persone che lo amino, che credano in lui, che lo correggano e lo consiglino senza avere alcun interesse economico. Se nella mia vita non avessi avuto accanto persone del genere non sarei qua. È così, da soli non si fa nulla».