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“1994”, Stefano Accorsi torna col capitolo finale della trilogia

Su Sky dal 4 ottobre la terza stagione della serie. Lo avevamo lasciato in fin di vita al termine di “1993”, ma Leonardo Notte, lo spregiudicato pubblicitario lanciatosi in politica, è più vivo che mai

Foto: Stefano Accorsi nei panni di Leonardo Notte, il protagonista di “1994“

27 Settembre 2019 | 14:26 di Paolo Fiorelli

Lo avevamo lasciato in fin di vita al termine di “1993”. Ma Leonardo Notte, lo spregiudicato pubblicitario lanciatosi in politica, è più vivo che mai. E in “1994”, la serie che conclude la trilogia, è assetato di potere. Come ci racconta Stefano Accorsi, che dà il volto a Notte ed è anche l’ideatore della saga.

Stefano, siamo arrivati al gran finale.
«Sì, e non vedo l’ora che il pubblico possa gustarlo. Se nella prima serie Leonardo tramava nell’ombra, e nella seconda usciva allo scoperto, adesso vuole dominare. La frase chiave è: “A me non importa di fare il ministro. Io li voglio decidere, i ministri!”. Si accorgerà però che se raggiungere il potere è già difficile, mantenerlo è quasi impossibile».

Un personaggio con poche luci e molte ombre. Non per caso si chiama “Notte”...
«Mi appassiona la complessità, amo i personaggi che hanno crepe, imperfezioni, ambiguità. Sono i più interessanti da raccontare. E anche i più difficili».

Ma non le dispiacerà dirgli addio? O sta già pensando a “1995”?
«Nel 1995 c’era il governo Dini, con tutto il rispetto non avrebbe la forza drammatica delle prime tre stagioni... No, la trilogia è nata per raccontare gli anni che hanno cambiato l’Italia per sempre, ed è giusto che finisca qui. Mi dispiace lasciare Leonardo, ma mi piace che la storia abbia un finale forte e non si trascini all’infinito».

Quelli che raccontate sono fatti lontani, controversi e intricatissimi. Eppure affascinano. Perché? È l’effetto nostalgia?
«C’è qualcosa di più. Perché la serie piace anche al pubblico giovane ed è stata venduta in 90 Paesi. Secondo me è perché racconta un evento epocale, un cambiamento antropologico, una rivoluzione. E questo è affascinante».

Lei che faceva nel 1994?
«È l’anno del “Maxibon”! Avevo appena finito la scuola di teatro, sognavo di fare l’attore e grazie a quello spot per la prima volta provai il brivido di essere riconosciuto per strada».

Una bel sorriso, una battuta azzeccata ed ecco la celebrità. Sembra facile...
«Ma non lo era. Per girare quei 30 secondi eravamo andati fino a San Felice Circeo in cerca del sole. E naturalmente è piovuto per tre giorni di fila. Allora sono tornato a Bologna per fare teatro. E poi di nuovo giù... Alla fine dovemmo girare tutto in un solo giorno, l’unico col sole. Ma il regista era Daniele Luchetti e il risultato fu ottimo».

Poi tutta discesa?
«Insomma... Allora era quasi impossibile trovare buone parti per un ragazzo, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” fu un’eccezione. Oggi, grazie anche alla tv, la situazione per i giovani è migliorata, ci sono molti titoli “teen”. Allora ti toccava sempre la parte del “figlio del protagonista”».

Ma poi l’hanno chiamata grandi registi come Ferzan Ozpetek. E a dicembre uscirà il vostro terzo film insieme, “La dea fortuna”. Non è un caso, vero?
«Con Ferzan c’è molta intesa e lavorare con lui è bellissimo. Ha un grande intuito e non sai mai cosa ti chiederà di cambiare sul set. Allo stesso tempo ti senti protetto, perché crea una sorta di famiglia. Per questa pellicola abbiamo “sequestrato” un palazzo di Roma e praticamente vivevamo lì».

Di cosa parla il film?
«È una commedia di sentimenti che ha per protagonisti me ed Edoardo Leo. Siamo una coppia a cui un’amica affida i suoi bambini perché ha problemi di salute. Dovrebbe essere una cosa di pochi giorni e invece durerà molto di più, e ovviamente ritrovarsi “papà affidatari” rivoluzionerà la vita dei protagonisti in maniera comica, ma anche commovente...».

C’è un messaggio “politico”?
«No, a Ferzan interessano le emozioni. Si figuri che il film nasce da un sogno che ha fatto veramente».

Tornando alla politica: le piacerebbe girare un giorno la serie “2019”?
«Perché no? La politica oggi è terribilmente interessante. Un giorno cade il governo, il giorno dopo nasce un nuovo partito, tra comizi sulle spiagge e duelli in diretta tv, tutto sotto i riflettori dei social. Tutto con una velocità e una spietatezza che ai tempi della “Prima Repubblica” non esisteva. A me però piace cambiare e adesso sto già lavorando a una nuova serie, diversissima nei contenuti. Perciò no, grazie. Ma ammetto che per “2019” ci sarebbe abbastanza materiale per una grande sceneggiatura».

E il suo, di 2019, come sta andando?
«Mi divido tra progetti professionali esaltanti e la felicità domestica con mia moglie e i miei figli. “A casa tutti bene” direbbe Muccino... Certo, respiro anch’io l’atmosfera di questi anni difficili. L’ottimismo del “boom” o degli Anni 80 sembra preistoria, siamo schiacciati da crisi enormi, in primis economica e di sistema ma anche climatica e migratoria. Per i miei figli vedo un futuro complicato».

Le fa paura quel futuro?
«No, questo mai. Cerco di trasmettere fiducia nelle loro capacità, credo che chi si impegna a fondo in ciò che ama prima o poi viene premiato. Ricordo che quando dicevo di voler fare l’attore gli amici di famiglia commentavano: “Ma te sei matto? E al desco chi ci pensa?”. Sottintendendo che avrei fatto la fame. E invece non è andata poi così male... Come potrei non avere fiducia?».