“Allevi in the jungle”, la seconda stagione su RaiPlay

Dal 1° aprile saranno disponibili i quattro nuovi episodi registrati a Roma, Salerno, Ascoli Piceno e Pescara

Giovanni Allevi
26 Marzo 2021 alle 10:42

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Dopo il successo ottenuto dalla prima stagione e dallo speciale natalizio, tornano in esclusiva su RaiPlay i nuovi episodi di "Allevi in the jungle", la docu-serie in cui il maestro Giovanni Allevi incontra i buskers, gli artisti di differenti discipline che esprimono il proprio talento sulla strada, dando vita ad un sorprendente scambio umano e professionale.

Le quattro puntate della seconda stagione - dirette da Simone Valentini - saranno disponibili dal 1° aprile e sono state registrate a Roma, Salerno, Ascoli Piceno e Pescara. Appuntamenti che si aggiungono a quelli già disponibili e ambientati a Roma, Torino, Trento, Ferrara e Milano. Il progetto sperimentale, prodotto da TwisterFilm per RaiPlay, che vede il compositore filosofo nel ruolo di atipico conduttore partecipe, è nato da un’idea di Maurizio Monti, Giovanni Amico, Achille Corea e lo stesso Giovanni Allevi. È scritta da Maurizio Monti, Achille Corea, Giovanni Allevi, Luigi Miliucci e Tommaso Martinelli.

«Ringrazio coloro che hanno contribuito a realizzare questa esperienza innovativa, con coraggio ed entusiasmo. Questa docuserie arriva in un momento difficile e vuole regalare a tutti un sollievo per l’anima» spiega Giovanni Allevi che abbiamo incontrato.

Maestro, con quali emozioni e quale disposizione d’animo hai ripreso il tuo viaggio in Italia alla scoperta dell’arte di strada?
«Le riprese sono iniziate nel clima di sconforto generale dovuto al Covid, ma forse proprio per questo mi sono posto l’obiettivo di far emergere ancor di più un senso di umanità, di calore e di condivisione. I nuovi episodi si spingono particolarmente verso la follia».

Gli artisti di questo nuovo ciclo di puntate ti hanno regalato lezioni di vita diverse da quelle della prima stagione della tua docu-serie?
«E’ emerso con più forza quanto sia importante seguire i propri sogni. Anche se la società fa di tutto per farcelo dimenticare, ognuno di noi è infinito, e la scintilla interiore che è in fondo all’anima è più forte di qualunque avversità esterna o condizionamento».

Anche l’Italia che hai attraversato era diversa alla luce della recrudescenza del virus?
«Mentre giravamo le puntate, la gente ci osservava dai balconi, tranne qualche coraggioso bambino, e i miei artisti hanno dovuto esibirsi prevalentemente davanti un pubblico di telecamere. Eppure ci hanno messo il cuore. Soprattutto hanno fatto sentire la propria voce, regalandoci lampi di poesia e preziosi spunti di riflessione filosofica».


Qual è l’augurio che hai rivolto a questi talentuosi artisti per il loro futuro?
«A telecamere spente ho detto loro che avevamo il massimo rispetto per la loro arte e che avremmo fatto di tutto per restituire la profondità e la bellezza di quello che fanno. Sono bravi, sono dei fuoriclasse. Quello che mi auguro è che magari anche grazie alla docu-serie, possano un giorno ricevere ancora più affetto ed applausi».

Ti trovi cambiato dopo aver affrontato questa avventura professionale così nuova e insolita per te?
«Io ho pianto, ho riso, ho giocato, mi sono emozionato. Ho fatto pranzo con la troupe seduti sulle scale di una chiesa, ho preso un sacco di freddo e mi sono pure rotto una costola. Ma che bellezza! Allevi in the jungle è la mia missione sovversiva, il mio abbraccio alla gente e alla vita!».

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