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Ecco come nasce una serie tv di successo

Strategie, esigenze e scelte delle reti prima di iniziare le riprese di ciò che poi vedremo in onda

Foto: Gomorra

20 Settembre 2015 | 14:05 di Franco Bagnasco

Dieci, cento, mille serie tv. Ormai le nostre reti, in chiaro e a pagamento, sono inondate dalla lunga serialità. Ma qual è il processo che porta alla scelta di un prodotto per la platea televisiva? Perché si sceglie di fare un telefilm anziché un altro?

"Per me una serie tv deve avere radici e ali. Un forte passato nella storia e un presente che si può sviluppare. Infondere speranza, coraggio, ispirazione e creare confidenza con il pubblico" dice Tone Ronning, produttrice esecutiva della danese NRK, durante un convegno organizzato a Torino, nell'ambito del Premio Italia. La Ronning ha lanciato "Lilyhammer" ("La storia del gangster italoamericano Frank Tagliano, ovvero Steve Van Zandt, che si trasferisce, con i suoi metodi mafiosi, nella scupolosissima Norvegia") il primo telefilm locale comprato dalla statunitense Netflix. E ha riscosso grosso successo anche con "The Heavy Water War", la storia di un gruppo di sabotatori della bomba atomica di Hitler.

"Una fiction deve assomigliare alla vita, non essere finta" dice il responsabile fiction di Raiuno Ivan Carlei. "La speranza è che se ne parli il giorno dopo al bar al posto delle partite e di argomenti banali. Il nostro punto forte è il genere Family, che stiamo cercando di attualizzare un po' con lavori di imminente messa in onda, come E' arrivata la felicità e Tutto può succedere. E abbiamo prodotti che arrivano anche alla decima stagione, come Un medico in famiglia o Don Matteo. Lavori che a volte ci mettono un po' in difficoltà perché non sappiamo più che cosa inventarci per farli andare avanti. D'altra parte se arrivano a fare otto milioni d'ascolto... Leggiamo le lettere e i messaggi che ci arrivano dagli spettatori, molto attenti, e ne teniamo conto. Però sono convinto che siamo noi a dover decidere quando una serie deve finire, e non aspettare che avvenga per mancanza di pubblico".

"Per noi il lavoro si è un po' complicato da quando ci siamo uniti a inglesi e tedeschi in questa sorta di pay tv paneuropea" dice Roberto Amoroso, direttore creativo di Sky Italia, che ha realizzato anche "Gomorra" e "Romanzo criminale". "Anche in futuro immaginiamo che i nostri concorrenti, più che Mediaset e Channel 4, saranno Apple e Netflix. Quindi al momento di scegliere bisogna ragionare su un fronte locale, come stiamo facendo lavorando alla seconda stagione di In Treatmen, il format israeliano con Castellitto, e con cose di più ampio respiro. Come The young Pope, la serie diretta da Paolo Sorrentino con Jude Law su Papa Pio XIII. E' coprodotta con HBO, che ci ha lasciato completamente i comandi. Stiamo collaborando non senza qualche difficoltà, ma il lavoro prosegue e oggi è possibile qualcosa che sino a pochi anni fa era impensabile in Italia. Quello che mi affascina di questo lavoro è che non è arte per arte o business per business, ma le due cose si devono legare e tenere".

Qualcosa che difficilmente vedremo in Italia (anche perché poco si avvicina ai nostri gusti) è la serie "Le principesse del Palazzo", 80 episodi da 45 minuti in onda sulla cinese Let Tv. "Facciamo prodotti molto lunghi per esigenze pubblicitarie, per ammortizzare i costi" dice la direttrice della rete Charlene Lai. "E siamo molto avanti sull'analisi dei dati di gradimento fatti subito dopo la messa in onda. Siamo in grado di capire che cosa piace al nostro pubblico e modificare in breve tempo i copioni o trarre indicazioni interessanti per sviluppare altre cose in futuro".