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NCIS, da Montecarlo l’intervista a ROCKY CARROLL, l’interprete del direttore Vance

Tra gli ospiti più attesi del Festival della televisione di Montecarlo, in programma fino a giovedì, c’è Rocky Carroll, il direttore Vance di «NCIS», il telefilm più visto negli Stati Uniti. Quando lo incontriamo ci saluta calorosamente, sa che in Italia la serie ha molto successo. «Ho appena firmato il contratto per la decima stagione» dice. «Mi vedrete ancora per un po’»...

12 Giugno 2012 | 17:56 di Antonio Mustara

Rocky Carroll, il direttore Vance di NCIS

Tra gli ospiti più attesi del Festival della televisione di Montecarlo, in programma fino a giovedì, c’è Rocky Carroll, il direttore Vance di «NCIS», il telefilm più visto negli Stati Uniti. Quando lo incontriamo ci saluta calorosamente, sa che in Italia la serie ha molto successo. «Ho appena firmato il contratto per la decima stagione» dice. «Mi vedrete ancora per un po’».

Dunque non si è ancora stancato di essere il direttore Vance…
«Assolutamente no, sono contento di far parte dello show più popolare in America, ma soprattutto sono felice che una cosa talmente bella mi sia capitata in questa fase della mia vita. Vent’anni fa non l’avrei apprezzata così tanto. Perché adesso so quanto sia difficile in questo ambiente avere una carriera e tenerla in vita».

Qual è il segreto della longevità di «NCIS»?
«È come quello della Coca Cola, se lo conoscessi lo metterei in una bottiglia e diventerei miliardario. Scherzi a parte, credo che sia una combinazione di fattori. Prima di tutto il fatto che la CBS ci abbia creduto e lo abbia tenuto in onda anche se all’inizio gli ascolti non erano esaltanti. Un’altra ragione è la maniera in cui “NCIS” riesce a inserire un po’ di umorismo in quella che è comunque una serie “crime”. “NCIS” ne riproduce lo schema classico, quello che prevede l’arresto del colpevole alla fine di ogni episodio, ma grazie alla varietà dei personaggi e all’intesa che c’è tra noi attori, riesce a distinguersi da tutte le altre».

E poi c’è Mark Harmon.
«Lui è il nostro Gary Cooper, lo sceriffo di “Mezzogiorno di fuoco” che obbedisce solo al proprio codice morale. Nessun altro potrebbe essere credibile più di lui nel ruolo di Gibbs».

Lavorate insieme da molti anni.
«Sì, dai tempi di “Chicago Hope”, negli Anni 90. Se sono in “NCIS” è anche merito suo».

I vostri personaggi sono spesso in contrasto.
«Vance a volte è ostile nei confronti di Gibbs, ma il suo obiettivo è lo stesso, è comunque un buono. Se “NCIS” fosse il film “Casablanca” Gibbs sarebbe Humphrey Bogart e Vance sarebbe il capitano di polizia. Il fatto che io e Mark siamo amici rende più facile girare le scene in cui ci scontriamo».

Il direttore Vance non è il massimo della simpatia.
«Lo so ma è anche vero che tutti nella nostra vita abbiamo bisogno di incontrare persone come lui. Un capo, un mentore, qualcuno non accondiscendente a cui quello che non fai non va mai bene perché sa che puoi fare molto di più. Persone come Vance ci aiutano a crescere e a migliorare».

Le dà fastidio il fatto che «NCIS», pur essendo la serie più vista d’America, venga sempre ignorata agli EmmyAwards?
«Guardi, conosco un sacco di colleghi premiati con l’Emmy che adesso sono a casa in attesa che qualcuno li faccia lavorare perché le loro serie sono state cancellate. Tra i premi e la longevità io scelgo sempre quest’ultima. E poi il fatto che io sia qui a Montecarlo a parlare con lei di “NCIS”, una serie che ha dieci anni di vita in un’era in cui dopo due episodi ti cancellano, è già un premio».

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