Sylvester Stallone: «Da ragazzo ho incontrato i gangster e ora li racconto in “Tulsa King”»

L'attore era a Roma per presentare la sua prima serie tv

"Tulsa King"  Credit: © Paramount+
23 Settembre 2022 alle 08:27

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Lui non è uno qualsiasi. Lui è Rambo, Rocky, e mille altri personaggi con cui siamo cresciuti, film dopo film. Sylvester Stallone è una di quelle star che hanno costruito il mito di Hollywood. La scorsa settimana era a Roma, dove ha partecipato al lancio italiano di Paramount+, la nuova piattaforma di streaming arrivata in Italia il 15 settembre.

E proprio su quest’ultima, entro la fine dell’anno, lo vedremo nella serie tv “Tulsa King” in cui interpreta un boss mafioso. Lo abbiamo incontrato al quinto piano dell’Hotel de la Ville, a pochi metri da Piazza di Spagna: un intero piano riservato a lui e al suo staff, una sicurezza blindatissima, con punti di attesa sparpagliati in tutto l’albergo, degna di un capo di Stato.

Sylvester, per prima cosa ci parli di questo nuovo lavoro, “Tulsa King”.
«Negli Stati Uniti principalmente esistono due tipologie di persone. Chi vive sulla costa Est è più elegante, in giacca e cravatta, molto preciso. Chi invece vive sulla costa Ovest, ha un carattere più duro, come quello dei cowboy di una volta. “Tulsa King” mescola questi due retaggi: il mio personaggio, infatti, è un mafioso dell’Est, di New York, che esce di prigione e viene mandato a Tulsa, in Oklahoma (verso ovest, nel cuore degli Stati Uniti, ndr). E qui assistiamo a un vero scontro culturale».

Il suo personaggio si chiama Dwight “The General” Manfredi.
«Mi dica, quanti italo-americani conosce che si chiamano “Dwight”».

Nessuno...
«Il nome gli è stato dato dai genitori in onore di Dwight Eisenhower, il grande generale , poi Presidente, che guidò l’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale. Il mio Dwight è un uomo tradito: è stato in prigione per 25 anni, ha tenuto la bocca cucita. Adesso finisce, per decisione dei suoi nuovi capi, in mezzo al deserto e a gente vestita da cowboy. E vuole rivalersi».

È stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura?
«Sì, ma solo per quanto riguarda il mio personaggio. Inizialmente avevo qualche perplessità: Dwight diceva troppe volgarità, risultava scontato. Per cui ho riscritto alcune parti. Nel carattere di Dwight ho voluto mettere qualcosa del vero Sylvester Stallone. D’altronde pensi allo scrittore Franz Kafka…».

In che senso?
«Il protagonista di “La metamorfosi” diventa uno scarafaggio. Ma pur in quello stato continua a ragionare come un uomo. Per me è la stessa cosa: in “Tulsa King” io divento un mafioso in scena, ma poi il modo di essere resta quello di Stallone».

Questa è la sua prima serie tv da protagonista.
«Lo so di dire una banalità, ma a una certa età hai bisogno di sfide. Io potrei dirmi: “Vai a riposarti e a pescare”. Oppure: “Provaci ancora”. E l’ho fatto. Ammetto che è stato un lavoro massacrante. Il copione era di 435 pagine! Abbiamo girato per sei mesi in Oklahoma, lontano da casa, con un tempo terribile. Ho vissuto in una camera d’albergo: uscivo solo per andare sul set, non sono mai stato al cinema o al ristorante».

Sente un po’ di pressione? Le aspettative sono alte...
«È tutto sulle mie spalle (sorride, visto che di recente ha subito alcune operazioni alla schiena, ndr)».

C’è un film o una serie tv sul mondo della criminalità che l’ha ispirata?
«Sui gangster ci sono magnifici classici come quelli di Francis Ford Coppola o Martin Scorsese. Ma anche tanti titoli proprio brutti, in cui i mafiosi sono banali: grossi, cattivi, volgari. Io invece li ho conosciuti davvero certi personaggi, da ragazzo, a Filadelfia nel mio quartiere. So benissimo come si comportano, come parlano e come si muovono. Quindi più che a un film, mi sono ispirato a quello che sapevo».

Cosa ne pensa della rivoluzione portata agli spettatori dalla tv in streaming?
«Che è la miglior cosa che potesse succedere! Noi abbiamo ancora negli occhi i film di una volta, ma oggi tutto è diverso. Quella magia è scomparsa. Le faccio un esempio: “Rocky” (per cui Stallone ha in corso una disputa legale per vedersi riconosciuta una parte dei diritti, ndr) verrebbe bocciato da qualunque produttore».

Ma “Rocky” è una vera leggenda...
«Sì, ma la storia di un piccolo pugile italoamericano, povero, un po’ ignorante, non interesserebbe davvero a nessuno. I soli film che funzionano oggi sono quelli fantasy, pieni di effetti speciali. La mentalità è cambiata, l’economia è cambiata».

Intanto l’Italia la ama sempre moltissimo.
«E anche io amo lei. Ricordo quando qui ho girato “Cliffhanger”: eravamo sulle Dolomiti, un posto meraviglioso. In questi giorni sono anche stato al Gran Premio di Monza, era da qualche anno che non seguivo una corsa automobilistica in Italia».

Si è divertito?
«Moltissimo. Quello che mi sorprende, a differenza delle corse automobilistiche americane, è che da voi in Italia è quasi un rito religioso, c’è un’aura sacra. Anche perché se ci pensi, da noi, tu sei lì, guardi la macchina che sfreccia e poi aspetti un minuto e mezzo che ripassi sfrecciando nello stesso modo. Invece i tifosi italiani hanno passione, bevono la loro birra, stanno lì, si divertono. Incredibile».

A Roma, invece, ha partecipato al lancio di Paramount+. Ha avuto modo di girare la città?
«No, purtroppo voi giornalisti avete riempito le mie giornate (ride). Scherzi a parte, il tempo era poco, ma devo dire che amo fare i tour promozionali: anche quelli sono una parte del mio lavoro, in qualche modo è come girare un film».

E qualche aneddoto su Roma ce lo racconta?
«Un anno ero venuto a Cinecittà per girare un film, chiamato “Daylight”. Ed ero felicissimo di poter stare in una città così bella. Solo che… “Daylight” era la storia di un uomo che rimane bloccato in un tunnel, al buio, mezzo invaso dall’acqua. Per cui di fatto in quei mesi a Roma posso dire di avere vissuto solamente sottoterra (ride)».

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