“Veleno”, la docu-serie arriva su Prime Video

Una delle vicende più oscure e angoscianti della storia italiana recente: un’inchiesta porta all’allontanamento di 16 bambini dai loro genitori, accusati di pedofilia e satanismo

24 Maggio 2021 alle 14:59

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È una delle vicende più oscure e angoscianti della storia italiana recente: a partire dal 1997, nella bassa modenese, un’inchiesta porta all’allontanamento di 16 bambini dai loro genitori, accusati di pedofilia e satanismo. Non li vedranno mai più, anche se, a distanza di anni, l’inchiesta verrà aspramente criticata e le deposizioni dei bambini, che misero in moto le indagini, verranno messe in dubbio. A distanza di oltre vent’anni, quella storia è tornata di attualità, raccontata nel podcast "Veleno" da Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, e ora dall’omonima docu-serie in 5 puntate, su Prime Video dal 25 maggio, firmata dal regista e sceneggiatore Hugo Berkeley, che abbiamo incontrato in occasione del lancio.

Quella di Veleno è una storia piena di dolore: come ti sei rapportato al fatto di mettere le mani in così tanto dolore?
«Quando ho iniziato non capivo quanto fosse profondo questo dolore condiviso. Non capivo bene quello che mi avrebbe aspettato incontrando queste persone che avevano sofferto. Facendo le interviste, passo passo ho capito la grandezza di questa sofferenza. Facevamo tre interviste a settimana, restando due-tre giorni con ogni persona: è stato pesante, ma è stato bello - anche se non è la parola giusta - che mi venisse affidata questa storia, con uno spirito di partecipazione e fiducia. E io lo sentivo come uno stimolo per lavorare e mettere in fila tutto il materiale che ci offrivano». 

Una delle parti più potenti del documentario è quella costituita dai video di archivio, in cui vengono mostrate le riprese delle testimonianze dei bambini: come hai lavorato questo materiale?
«È stato interessante, perché da un lato c'è il contenuto, ci sono le parole, poi ci sono tanti momenti che non sono parlati, in cui vedi uno sguardo, un modo di comportarsi particolare. All'inizio avevamo pensato di trascriverli per capire cosa ci fosse dentro, invece abbiamo capito che io e i montatori dovevamo avere una relazione personale con quel materiale: non era sufficiente leggere il contenuto. Tutti dovevamo fare un percorso per capire cosa era stato detto e come era stato detto, quali erano i sentimenti dei bambini. Perché c'è una storia in quelle videocassette, c'è qualcosa di fortissimo lì dentro. Dovevamo conoscere e stare con quei bambini per capire meglio la storia».

Accanto ai filmati d'archivio, nel documentario ci sono diverse scene di fiction, delle ricostruzioni: perché questa scelta?
«Nei miei documentari ho sempre inserito scene di ricostruzione. Sapevamo che c'erano filmati di repertorio e di archivio sui passaggi più di cronaca delle vicende, ma le scene di maggiore impatto sono quelle private, dove non ci sono videocamere. Volevamo portare lo spettatore nell'intimità di questi racconti e volevamo farlo nel modo migliore. Quelle che raccontiamo sono storie di famiglie, storie su come funzionano le famiglie, per quanto estreme: si parla di spazi, di modi di relazionarsi che sono condivisi da tutte le famiglie, quelle buone e quelle non buone, famiglie che funzionano e che non funzionano. Per noi era importante ricreare la quotidianità di questi elementi, per offrire allo spettatore una possibilità di connessione, per permettergli di chiedersi: "Come avrei reagito se fosse successo a me?"».

Un altro elemento caratterizzante è legato alle riprese del territorio, della provincia emiliana: come ti sei avvicinato a queste zone che sono lontane dalle tue origini?
«Devo ringraziare il mio direttore della fotografia, Michele Paradisi: mi ha fatto conoscere Luigi Ghirri e Guido Guidi e ha scelto un approccio al paesaggio che era quasi da ritratto. Poi l'umidità ci ha aiutato tanto, perché ha dato quasi una densità all'immagine». 

"Veleno" nasce dal podcast di Pablo Trincia: per un regista e sceneggiatore, cosa vuol dire adattare un podcast e non un libro?
«Senza il lavoro di Pablo Trincia non avremmo mai pensato di fare questo documentario, è stato fondamentale, ma la storia stava continuando, anche solo per la possibilità di aggiungere altre voci a quelle che aveva trovato e che magari in quel momento non erano state disponibili. Nel quinto episodio, poi, entrano i fatti di Bibbiano, che sono successi proprio mentre io stavo ascoltando il podcast: non c'erano più solo i fatti di vent'anni fa, ma anche un nuovo capitolo che si stava scrivendo in quel momento e che incideva sul presente. La nostra fortuna è stata di lavorare al documentario un paio di anni dopo il podcast, che a quel punto diventava un elemento del racconto, non più solo un'ispirazione».

Una delle voci inedite è quella di Valeria Donati, una delle psicologhe che ha raccolto le testimonianze dei bambini, che nel podcast è indicata come una delle responsabili di quanto è successo e che aveva rifiutato ogni tipo di commento: come l'avete convinta?
«Abbiamo avuto lo stesso approccio con tutte le persone a cui abbiamo chiesto le interviste: che li avremmo ascoltati senza giudicare il loro ruolo. Nel discorso mediatico ci sono due storie: quella del podcast e quella dell'accusa, che sono due storie che non combaciano. La nostra sfida è stata quella di fare una sola storia di questo racconto. A chi volevamo intervistare, noi ci presentavamo sempre così, passando tantissimo tempo a scrivere, parlare, incontrare le persone prima di intervistarle. È stato un percorso umano che è andato al di là delle riprese. Non è stato facile convincere Valeria Donati: lei, come tutti gli altri che abbiamo intervistato, li avevamo contattati prima del Covid. Poi abbiamo dovuto mettere in pausa la produzione e quando siamo ripartiti anche quelli che non avrebbero voluto parlare, ci hanno concesso l'intervista. Quel tempo di riflessione ci ha aiutati».

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