Zerocalcare: «Benvenuti nella mia Roma cartoon»

Arriva su Netflix "Strappare lungo i bordi", la serie animata di Zerocalcare

"Strappare lungo i bordi"  Credit: © Netflix
16 Novembre 2021 alle 16:48

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Nel primo episodio di “Strappare lungo i bordi”, il protagonista racconta di essere stato convinto a lungo che la sua vita avrebbe avuto un percorso chiaro, dei binari da cui non avrebbe mai rischiato di deragliare, proprio come quelle confezioni che si aprono - appunto - strappando lungo i bordi. Un’illusione, anche perché quel percorso prestabilito non l’ha avuto neanche Michele Rech, ovvero Zerocalcare: è l’autore della serie, oltre che l’interprete di tutti i personaggi, con l’eccezione della coscienza del protagonista, un armadillo a cui presta la voce Valerio Mastandrea.

Dai primi fumetti diffusi online, fino agli ultimi libri che hanno dominato le classifiche di vendita, in dieci anni Zerocalcare è diventato un fenomeno dell’editoria italiana, superando il milione di copie vendute e sorprendendo tutti. Lui per primo.

“Strappare lungo i bordi” - sei episodi su Netflix dal 17 novembre, con indicazione di “vietato ai minori di 14 anni" - è la sua prima serie animata e affronta i temi ormai diventati classici: ansie e insoddisfazioni di ragazzi nati e cresciuti a Roma, per la precisione a Rebibbia.

Come stai vivendo l’attesa per l’uscita della serie? Sei sereno?
No, per niente. Ho l'ansia che mi sta divorando l'ulcera. Per fortuna le prime reazioni sono buone: la cosa che mi terrorizzava di più era che venisse percepita come qualcosa di non mio o come se io avessi preso i miei personaggi e li avessi regalati a Netflix, dicendo: "Voi mi date i soldi, io vi do questa roba e fate come vi pare". Poi magari la serie piace o non piace, ma il fatto che tutti si siano resi conto che comunque è una roba mia è già super-rassicurante.

Per la prima volta non hai lavorato da solo, nella tua casa di Rebibbia, ma ti sei dovuto confrontare con altri professionisti: com’è andata?
Io sono uno che lavora mille ore, anche sabato e domenica. Il fatto di dover stare ai tempi di qualcuno che, giustamente, quando arriva al venerdì poi ha il sabato, la domenica e magari il lunedì è festa, ci rivediamo martedì, per me quei tre giorni e mezzo sono una coltellata. Devo cercare di riempire l'horror vacui. Ma una volta che abbiamo trovato un ritmo di lavoro e soprattutto io ho iniziato a riempire i miei buchi con altri accolli, è stato molto figo. In parte perché comunque è molto bello avere qualcuno in grado di supplire alle tue lacune. Poi c'è un altro fatto: io sono abituato a lavorare da solo e a non avere sorprese. Io so esattamente quello che uscirà da una tavola, quando inizio a farla. Qua invece io faccio una parte di lavoro, la spedisco e qualche giorno dopo mi ritorna finalizzata in una maniera che non avevo neanche immaginato. È come se ti mandassero ogni due giorni un'anteprima di qualcosa che aspetti.

Una delle cose che colpisce subito di “Strappare lungo i bordi” è la sua densità: tutto è velocissimo e non c’è un secondo di respiro. Perché questa scelta?
Tu conta che io vengo dal punk. Quindi per me tutto quello che è più lento dell'hardcore… è lento. Mi viene naturale avere un ritmo veloce nella scansione della narrazione. E poi c'è il fatto che quando parli molto veloce, tutti i limiti di recitazione li senti meno. Se ci fossero più pause si capirebbe che sono un cane maledetto, mentre invece parlando veloce questa cosa viene in parte mascherata. E poi è un racconto che parla anche di ansie e agitazione e volevo che anche la forma audio di questa roba restituisse quell'ansia e quell'agitazione lì.

I tuoi fumetti sono ricchi di digressioni: su pagina funzionano bene, ma non era semplice trasferirli sullo schermo. Come ci hai lavorato?
Nel progetto iniziale, che forse Netflix non ha nemmeno mai visto, avevo limato tantissimo questa parte, perché avevo cercato di renderlo il più lineare possibile. Poi però mi sono accorto che perdeva completamente la cifra e l'identità mia. Quindi l'ho affrontato come una roba che dovevo fare, perché se non la facevo non aveva quasi più senso fare questo progetto. Mi ci sono proprio messo per trovare una maniera di adattare al medium animazione quel tipo di racconto lì e devo dire che in questa cosa abbiamo fatto un ragionamento molto grosso anche con lo studio di animazione, per cercare di capire come fare queste entrate e uscite nelle digressioni, nei piani astratti e immaginari, in maniera che fosse comunque fruibile e comprensibile. È stato uno dei temi grossi su cui abbiamo lavorato.

Sei nato nel 1983, l’illusione di una vita in cui bastasse “Strappare lungo i bordi” per non incontrare sorprese è tipica della tua generazione?
La nostra generazione ha una caratteristica specifica: siamo quelli che sono cresciuti con un modello di stabilità e di binari che pensavamo avremmo seguito nella vita e poi invece ci siamo affacciati nel mondo del lavoro nel momento in cui tutta quella roba là veniva smontata. Quindi siamo quelli che hanno vissuto questo scarto in maniera più grande, chi c'era prima di noi ha seguito percorsi più tradizionali, chi è arrivato dopo di noi non aveva più nessun tipo di aspettative. Noi siamo la generazione di transizione. Poi credo ci siano anche molte cose individuali e caratteriali, nel senso che a prescindere dall'aspetto anagrafico e geografico e di estrazione sociale, questo sentimento di inadeguatezza probabilmente è lo stesso che aveva un ragazzo 40 anni fa e che ha un ragazzino di oggi. Il non riuscire a stare dentro forme prestabilite, che non sono solo quelle del lavoro o del matrimonio, ma anche il come ti senti in classe con i tuoi compagni.

Le tue storie sono da sempre ambientate a Roma e non possono fare a meno del romanesco, almeno in apparenza. Una delle cose che fa più sorridere è vedere nei titoli di coda i crediti per le versioni internazionali, tipo quella inglese o quella brasiliana. Mentre lavoravi al progetto, hai ragionato anche sul fatto che una serie Netflix arriva per definizione in tutto il mondo?
Sì e no, nel senso che lo sapevo ed è una cosa che da una parte è molto figa, dall'altra è molto spaventosa. Però, un po' come per i fumetti, io ragiono sul fatto che deve andare bene per le persone che se lo vedranno in Italia. Non posso pensare di mettere d'accordo tutti. È esattamente come quando la gente mi dice: "Ma tu ci pensi al fatto che, quando parli dei Cavalieri dello Zodiaco nei fumetti, i ragazzini di oggi magari non colgono quei riferimenti?". Sì, ci penso, però se dovessi pensare che le cose che faccio debbano essere colte da tutti, da tutte le generazioni, da tutto il mondo, diventerebbe una cosa fredda e impersonale. Ci penso, poi se quella cosa può piacere o non piacere, verrà capita o non verrà capita è un problema che non mi pongo tantissimo.

Hai provato a immaginare il lavoro del doppiatore per ricreare in un'altra lingua questa densità?
Mi ha scritto un messaggio su Twitter il doppiatore francese, dicendomi: "Guarda, è fighissimo, ma è stata la cosa più difficile di tutta la mia carriera!". Nel senso che tra fare le vocette e parlare super veloce è stata un incubo per lui. Quindi mi rendo conto che sicuramente deve essere un lavoraccio per chi si trova a maneggiare quella roba.

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