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Si parla di tv, sale in cattedra il prof Gerry

Il conduttore di "Conto alla rovescia" è stato all’Università Cattolica di Milano per “insegnare” Storia della televisione. Sorrisi era in... aula!

Foto: Gerry Scotti in aula con i “suoi” studenti universitari  - Credit: © Salvo La Fata

19 Dicembre 2019 | 16:09 di Paolo Fiorelli

Un giorno da prof: questo ha vissuto Gerry Scotti all’Università Cattolica di Milano. E noi di Sorrisi eravamo lì fin dal momento del suo arrivo, quando i ragazzi lo hanno subito circondato per chiedere nell’ordine: 1) Selfie 2) Messaggi vocali per fidanzate, mamme e nonne 3) In bocca al lupo per gli esami imminenti. E questo, conoscendo la popolarità inter-generazionale di Gerry, non ci ha stupito. Quando però sono arrivati anche i professori con le stesse identiche richieste, un po’ di sorpresa l’abbiamo provata...

Gerry, ormai la chiamano anche a fare il prof all’università. Son soddisfazioni, no?
«Ah, che goduria! Per me poi, che ancora mi sento in colpa verso i genitori perché, risucchiato dal lavoro alla radio, mi sono fermato a due esami dalla laurea in Legge, è una sorta di riscatto».

Durante l’incontro ha parlato del suo argomento preferito: i quiz.
«Sì, e ho detto che è il genere più costantemente presente nella storia della tv italiana. E ancora oggi, alle 7 di sera, l’ora di punta, il quiz si “pappa” la metà del pubblico. Per me è un bene: in tempi in cui si va in palestra dalle 6 del mattino fino alle 20 di sera per allenare il fisico, il quiz ci allena un po’ la testa. E poi ho ricordato come i quiz sono entrati pian piano nella nostra vita quotidiana, oggi molto più di ieri: ci sono i quiz della patente, quelli dei sondaggi d’opinione, quelli degli esami a scuola o all’università. Aveva ragione Arbore quando cantava che la vita è tutta un quiz».

Si sarebbe mai aspettato di diventare... materia di studio?
«Mah. Oggi finalmente si è capito che anche la tv è un’arte, magari minore, e merita rispetto. Io ho fatto tutti i programmi più “nazional-popolari”, quelli che gli intellettuali e certi colleghi snobbavano. Ho cercato di farlo con onestà e dignità e sono felice che ora qualcuno li consideri un pezzo di storia del Paese».

Uno studente durante la “lezione” le ha chiesto come si diventa presentatori.
«E la mia risposta è: studiate! Io vengo da una famiglia modesta ma ero molto curioso, ho fatto il liceo classico e i prof dicevano ai miei: “Ma cosa se ne farà questo ragazzo di greco e latino? Non era meglio fargli fare un istituto tecnico?”. E invece poi mi è servito, perché il sapere viene sempre fuori, anche in tv: un conto è conoscere mille parole, un conto 10 mila. Io poi invecchiando leggo sempre meno il copione e in tv chi usa meno il copione dura di più. Solo a “Striscia” devo leggerlo, perché lì ogni parola è a rischio di querela e in tribunale poi ci vanno gli autori, mica io!».

Un altro studente le ha chiesto se la radio è stata una buona palestra.
«Affermativo. Ho risposto che i ragazzi di oggi sono fortunati perché possono studiare la tv all’università, sul web, negli archivi. Ma una volta non c’era nulla di questo, i talenti arrivavano prima dall’avanspettacolo, e qui penso a Walter Chiari, e poi dalla radio. Però bisogna anche saper rischiare. Quando Claudio Cecchetto mi telefonò dicendo: “Facciamo una radio, la chiameremo Radio Deejay” e io lasciai il “posto fisso” in un’agenzia di pubblicità, i miei genitori mi tennero il muso per tre anni».

Ha fatto il prof anche a casa, con suo figlio Edoardo?
«Veramente era lui che faceva lezione a me. Ha frequentato la scuola americana e ogni volta che tornava a casa mi aiutava con l’inglese».

E se invece dovesse insegnare a questi ragazzi a fare i concorrenti dei suoi quiz, che consigli darebbe?
«Siate sempre curiosi. Guardate Nicolò Scalfi, il campionissimo di “Caduta libera”: ha solo 21 anni ma sa tantissime cose perché non smette mai di informarsi con i giornali, la tv, il web... Io non avevo Internet ma sfogliavo i volumi dell’enciclopedia e non riuscivo a staccarmi. E poi: evitate come la peste la superficialità. Fate quello che vi pare, ma fatelo bene».

A volte però proprio la tv è accusata di insegnare la superficialità...
«Eh no, questa è una scusa per chi non vuol studiare e non la accetto. Esiste un comodo strumento chiamato telecomando e migliaia di programmi: voi di Sorrisi lo sapete bene! Sta allo spettatore scegliere la qualità».

Allora torniamo per un attimo dall’università agli studi televisivi: soddisfazioni anche lì, mi pare.
«Per “Tú sí que vales” non ho più parole, oggi uno spettacolo del sabato sera che fa gli ascolti dei grandi varietà di un tempo è davvero un’eccezione, credo che il segreto sia nel divertimento che ci mettiamo a farlo. “Conto alla rovescia” è un progetto che avevo a cuore da tempo, un quiz tutto italiano, una scommessa. Stiamo studiando cosa funziona di più e cosa meno: vi assicuro che, dopo questa prima edizione, tornerà. In versione migliorata».

A proposito di ritorni. Tutti aspettiamo, a gennaio, quello della sua trasmissione più amata. Possiamo annunciare che per “Chi vuol esser milionario?” è cominciato il... “Conto alla rovescia”?
«Sì, possiamo dirlo. Ma per i dettagli dovrete aspettare ancora un po’, ci stiamo lavorando in questi giorni».

Non è mai tentato di fare il concorrente? Con tutta quest’esperienza...
«Sappiate allora che nelle prove io faccio sempre il concorrente, e a dire il vero sono pure bravino. Una volta ho anche “vinto” un sacco di soldi che, ovviamente, non mi daranno mai. Le sfide dei miei quiz le ho collaudate tutte in prima persona».

Anche la botola di “Caduta libera”?
«No, quella no, perché ho più di 55 anni e peso più di 100 chili, quindi sono dispensato. Come da regolamento».