Un anno fa ci lasciava la Carrà: cara Raffaella, il tuo sorriso ci manca tanto

Mentre la tv le dedica tanti speciali, uno dei suoi amici più cari la ricorda qui con affetto

5 Luglio 2022 alle 07:48

Pensare che è passato già un anno da quando ci ha lasciato e sentire che lei c’è sempre. Raffaella Carrà è mancata il 5 luglio del 2021 e tutti noi telespettatori, di ogni età, abbiamo il vuoto nel cuore. Perché era una di famiglia, grandissima donna di spettacolo, diva umile, professionista infaticabile. E così allegra, con la sua inconfondibile risata e quel caschetto biondo che incarnava la sua leggiadra umanità.

La tv, che è stata la sua casa dagli Anni 60 fino alla fine, la ricorda con affetto. Su Rai1 il 5 luglio alle 20.35 c’è una puntata monografica di “Techetechete’”. Mentre il canale Rai Storia, il 6 luglio alle 21.10, presenta la puntata speciale “Storie della tv” dedicata ai 60 anni di carriera di “Raffa”, e giovedì 7 luglio, alle 13, propone “Raffaella Carrà, Ma che sera”: un’antologia di “Ma che sera” (1978), il primo show a colori con la Carrà, celebre anche per la sigla d’apertura “Tanti auguri”, con il ritornello “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”. Su Rete 4 invece il 5 luglio in seconda serata va in onda “Raffaella Carrà Special”: due ore con i momenti più belli dei programmi Mediaset, estratti da “Raffaella Carrà Show” del 1988 e “Il principe azzurro” del 1989. Più qualche rarità dall’estero.

E se i palinsesti giustamente rendono omaggio all’artista, noi abbiamo chiesto a una persona che la conosceva bene di raccontarci com’era Raffaella come donna, come amica. E abbiamo intervistato Giovanni Benincasa, suo storico collaboratore e autore di fiducia in vari programmi, tra cui sette mitiche edizioni di “Carràmba!”, nelle versioni “Che sorpresa” e “Che fortuna”.

Giovanni Benincasa, storico autore di Raffaella Carrà, con lei a “Bombay” su La7 nel 2007

E che fortuna aver incrociato Raffaella sulla sua strada, chissà quante ne avete passate insieme.
«Lavorare con Raffaella per me è stato incredibile, perché lei era il sogno della mia generazione. Era bellissima nel varietà “Io, Agata e tu”, un fisico e un viso perfetto: unico. Io devo ringraziarla, perché quando ho iniziato con lei ero un semplice redattore: è stata Raffaella a “promuovermi” autore. Ma soprattutto devo ringraziarla per le tante risate che ci siamo fatti insieme, perché era anche una donna molto spiritosa, le piaceva scherzare e sapeva stare allo scherzo».

Per esempio?
«Io non sono alto, e lei mi chiamava affettuosamente “Giovannino”. Un giorno mi presentai dietro la porta di casa sua e le bussai con gli scarponi alle ginocchia: un piccolo gioco sulla mia statura. E lei guardandomi scoppiò a ridere e disse: “Ma sei un salame, sei!”. Le cose buffe la intenerivano».

Sul lavoro era davvero una stacanovista, una maniaca dei dettagli?
«Era molto meticolosa. Io ricordo i suoi copioni a “Carràmba!”, scritti rigorosamente in carattere tipografico Arial 14, il foglio di un formato spagnolo, più lungo dell’A4, erano pieni di simboli che disegnava lei: cuoricini, punti esclamativi... Lei portava la cartellina sempre con sé, ma non ne aveva bisogno perché studiava prima. Ospiti, personaggi? Faceva loro una radiografia. Il programma si preparava nove mesi prima della messa in onda: non c’erano le mail. Ci portavano i sacchi di juta, pieni di lettere».

Che tempi!
«Davvero. I due momenti in cui l’ho vista più felice sono stati quando Raffaella ha visto arrivare a “Carràmba!” come ospiti a sorpresa Adriano Celentano e Maradona, che le stava molto, molto simpatico».

Raffaella Carrà in onda era sempre perfetta, con il suo caschetto biondo liscio. Lei l’ha mai vista con i suoi capelli ricci naturali?
«Certo, mentre si preparava. Quando mi vedeva entrare, e aveva la testa reclinata indietro per lo shampoo, mi diceva: “Che è successo?”, “Che vuoi?”. Magari era cambiata la scaletta, o c’era un’idea dell’ultimo minuto ma lei in sala trucco non voleva pensieri».

C’era qualcos’altro che non le andava a genio?
«Non sopportava la sciatteria, in ogni sua forma».

E le sue grandi passioni?
«Il gioco. Le partite a carte con gli amici. Le piacevano soprattutto i giochi italiani: lo scopone, il tressette. Nell’ultimo periodo aveva scoperto anche il burraco. Ma bisognava essere bravi per giocare in coppia con lei, perché si arrabbiava moltissimo quando il compagno sbagliava. Io, per imperizia, ero fuori dal giro. E lei me lo faceva notare: “Hai tante buone qualità, Giovannino, purtroppo ti manca una cosa: non sai giocare».

Sapeva anche cucinare?
«Sì, le piaceva cucinare per gli amici. A volte andavamo a mangiare a casa sua il sabato, dopo le trasmissioni. Ero con lei pure nel “Fantastico” del 1991, quello con Johnny Dorelli. Cenavamo tardissimo, ma non c’era alcun problema perché lei si alzava alle sei di mattina per preparare il sugo...».

Cosa vi dicevate quelle sere?
«Raffaella era soprattutto una donna buona. Che dolcezza i suoi messaggi vocali, con gli auguri per i compleanni dei miei figli... Aveva nascosto a tutti noi la sua malattia, per non farci soffrire. Il ricordo più tenero è una delle ultime cene, nel 2019, a casa di Fiorello, alla vigilia della registrazione della puntata con lui di “A raccontare comincia tu”. Cucinava Susanna, la moglie di Rosario. A un certo punto Raffaella e io, gli unici due fumatori, siamo usciti sul balconcino a fumare una sigaretta. Mi raccontava di cose del passato, di Don Lurio a “Canzonissima”... Mi manca tanto Raffaella, ma è sempre nel mio, nel nostro cuore».

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