Home TvVito Molinari: «Vi racconto quando alla Rai c’era la censura»

Vito Molinari: «Vi racconto quando alla Rai c’era la censura»

Compie 90 anni il regista che tenne a battesimo la tv di Stato. E ne ha viste di tutti i colori... «Sono stato sempre nel mirino dei dirigenti» ci svela. «Come quella volta che osai riprendere Lucio Dalla in primo piano...»

Foto: Vito Molinari

07 Novembre 2019 | 8:45 di Michele Bovi

«Sono sempre stato nel mirino della censura Rai, per i fianchi di Abbe Lane, le gambe di Franca Rame, le canzoni di Dario Fo, gli occhi spiritati di Lucio Dalla, le movenze provocatorie di Patty Pravo». Parola di Vito Molinari, il regista che il 3 gennaio 1954 diresse la trasmissione inaugurale della tv di Stato e che ha firmato come regista e autore oltre 2.000 programmi di generi vari, il 6 novembre ha compiuto 90 anni. E tra i tanti ricordi della sua carriera, quelli più curiosi sono proprio legati alle forbici dei funzionari.

«Incombeva l’assillo del comune senso del pudore» racconta Molinari. «I dirigenti Rai non erano tutti bacchettoni, erano però generalmente ossessionati dalle lettere di protesta dei telespettatori, soprattutto del pubblico femminile che individuava nell’atteggiamento delle soubrette palesi insidie al proprio matrimonio e all’educazione dei figli. Poi c’erano le interpellanze parlamentari contro quella barzelletta ritenuta spinta, quella scenetta stimata pruriginosa, quel doppiosenso percepito a carattere politico. Insomma, un temporale di rimproveri che si scatenava a posteriori: le trasmissioni erano in diretta, pertanto se l’artista si prendeva delle libertà rispetto al copione o il regista osava un’inquadratura più “stimolante”, il giorno seguente arrivava la convocazione».

Foto: Vito Molinari tra Mina e Caterina Valente nel 1961 durante le prove per il programma “Bonsoir Catherine”

Lei era il più indisciplinato?
«No, tutti noi registi degli esordi eravamo a turno nell’occhio del ciclone per la mentalità conservatrice corrente: Antonello Falqui, Carla Ragionieri, Mario Landi, Eros Macchi. Io mi trovavo a gestire la maggioranza dei programmi di varietà, quelli più pericolosi, perché rappresentati da comici e ballerine popolari, per i riferimenti audaci e le pose sexy».

Chi erano gli artisti più… vigilati?
«Sicuramente Carlo Dapporto, con cui feci “Carlo in doppiopetto” nel 1957, o Erminio Macario che nello stesso anno diressi in “Lo vedi come sono?”. Entrambi erano capocomici di compagnie teatrali di straordinario successo, sempre circondati da bellissime artiste. In teatro gli spettacoli passavano il vaglio della censura, in televisione no».

Chi era la donna che inquietava di più la dirigenza?
“Certamente Abbe Lane, per anni incubo dei funzionari Rai. Era una cantante e ballerina statunitense che faceva coppia con il direttore d’orchestra spagnolo Xavier Cugat. Il pubblico televisivo maschile impazziva e le mogli inviavano lettere con reclami feroci. A causa sua, già nel 1956 il collega Mario Landi subì la chiusura anticipata del programma “Casa Cugat”. Io la riproposi come soubrette nel 1960 per “Controcanale”. Mi furono raccomandati primi piani e campi molto lunghi per evitare che quel peccaminoso movimento di fianchi turbasse la platea televisiva».

Lei obbedì?
«Mi presi una sola libertà. Feci eseguire un movimento circolare a una telecamera posizionata alle spalle di Abbe Lane che cantava rivolta verso il pubblico. Finendo per evidenziare maggiormente la sua sensualità. Il giorno dopo il funzionario di turno mi gridò: “Che cosa ha fatto?” chiese. Risposi: “Nessuno mi aveva proibito di riprenderla da dietro”».

Altre artiste che sono state censurate?
«Le soubrette erano tutte sotto stretta osservazione: Marisa Del Frate, Gloria Paul, Elena Sedlak. Nel 1958 diressi “Music Hall”, condotto da Renato Carosone e Josephine Baker. Lei era una fascinosa danzatrice afroamericana nota per esibirsi in balletti con costumi succinti fatti di piume o di banane. I funzionari erano terrorizzati, ma tutto andò liscio».

Per Dario Fo e Franca Rame la “mannaia” arrivò per ragioni diverse.
«Accadde a “Canzonissima 1962”, il programma abbinato alla Lotteria di Capodanno. Io ero regista e anche co-autore con Fo e Leo Chiosso. Le prime grane arrivarono con la sigla, un inno composto da Fiorenzo Carpi che recitava: «Popolo musicomane che aspetti “Canzonissima” come Babbo Natale, un babbo senza scrupoli che alleva un sacco di canzonette e poi te le fa correre al posto dei caval». Quel “senza scrupoli” non passò. Lo sostituimmo con “un babbo un poco frivolo”, in sostanza cambiava poco: la sigla rimase un modo forte per trattare l’argomento e andò in onda così».

Ma in quella stessa edizione Dario Fo e Franca Rame furono messi alla porta e sostituiti con Tino Buazzelli e Sandra Mondaini. Colpa di uno sketch che denunciava le condizioni lavorative nell’edilizia.
«Sì, ma è anche vero che Franca Rame era finita in un’interrogazione parlamentare di un politico che ingiungeva alla Rai di non riprendere entrambe le sue gambe mentre cantava, perché quell’immagine provocava turbamenti. Risposi: “Come faccio a inquadrare Franca Rame con una gamba sola?”».

Quanto durarono le lettere di protesta?
«A lungo. Nel 1967 con Italo Terzoli scrivemmo il programma “E sottolineo yè” diretto al pubblico dei giovanissimi, condotto da Gianni Morandi e Caterina Caselli, e tra gli ospiti due artisti che suscitarono proteste furibonde. Uno era Lucio Dalla, che io volli inquadrare sempre in primo piano mentre cantava “Quand’ero soldato”: quel faccione, la barba, gli occhi spiritati crearono un’atmosfera particolare che sollevò però infinite rimostranze. L’altra era Patty Pravo: cantava “Ragazzo triste” e scendeva una scala con movenze e gesti giudicati oltremodo erotici».

A proposito di censura, tra gli episodi memorabili c’è quello di “Dio è morto”, la canzone di Francesco Guccini resa famosa nel 1967 dai Nomadi, bandita dalla Rai e trasmessa invece da Radio Vaticana. Lei è venuto a trovarsi nei giorni scorsi in una situazione che ricorda quell’episodio.
«Avevo chiesto alla Rai una sala dove festeggiare i miei 90 anni. Mi è stato risposto che non era possibile accontentarmi: non c’è in azienda questa consuetudine. L’alternativa mi è arrivata dall’emittente del Vaticano. Così il 6 novembre ho festeggiato il mio compleanno nella Galleria La Pigna, uno splendido spazio dietro al Pantheon di proprietà della Santa Sede. Corsi e ricorsi storici...».